Formula 1 – Stitichezza (follower instagram)

Quando hai un punto del corpo che soffre, ti sembra di sentire solo quello. Tutte le terminazioni nervose – anche quelle che non ricordavi di possedere – si concentrano su quell’unico allarme, e suonano, gridano, battono: ti tolgono il senno.Con decenza parlando, il nostro eroe non espletava le funzioni vitali di espunzione da 8 giorni, 6 ore, 24 minuti e 10 secondi. Era abituato a tenere il conto da quel lontano marzo del 2000, quando svenne durante l’ora di educazione fisica in IV liceo. In ospedale il medico fu brusco ma giusto: ‘Se non impara a gestire questa cosa regolarmente, va a finire che qualcuno la aprirà – da davanti o da dietro, dovranno liberarla dall’ intasamento.’ Come se fosse facilmente controllabile!La sua stitichezza era congenita, forse il primo ricordo lucido della sua infanzia – il culetto sul vasino, la mamma e il papà che tentavano di farlo rilassare, e mille stratagemmi di supporto: musica, fiabe raccontate, il vasino davanti alla TV, e poi più grandicello libri, quaderni, testi scolastici…. Addirittura a un certo punto le equazioni. Niente. Nulla aveva mai funzionato veramente. La terapista lo aveva condotto attraverso i meandri del suo secondo cervello, e stavano arrivando a qualcosa… Ma era un processo lento, che aveva a che fare con la mania di controllo, il possesso e il bisogno di essere accolto, e lui non era certo di voler andare fino in fondo.Ma ora che era chiuso nel suo bolide preferito, ai blocchi di partenza, pronto alla gara che forse gli avrebbe cambiato la vita, sentiva salire il dubbio che magari, fino in fondo, sarebbe valsa la pena di scavare. Perché il crampo intestinale in mondovisione, con la telecamera dentro l’auto e la voice off della Formula 1 pronta a commentare ogni sussulto, se lo sarebbe risparmiato volentieri.Il dolore era inequivocabile: ironia della sorte, il suo corpo voleva svuotarsi proprio lì, in quel momento – come le prede, che si svuotano prima di fuggire, o i contendenti, che si svuotano prima di combattere – e lui non riusciva a pensare ad altro.Il motore rombava; gocce di gelido sudore gli imperlavano le tempie; le mani gli tremavano; i piedi gli formicolavano. Vittoria o Dignità? Salute o Rinuncia? Era troppo tardi per tirarsi indietro. Sospirò profondamente; si appuntó mentalmente di aumentare gli incontri settimanali di psicoterapia… E poi lanciò la macchina all’assalto della pista, lasciandosi andare contemporaneamente alla legge del corpo. Completamente e meravigliosamente. Vinse, quel giorno, e clamorosamente. Ma i ragazzi del pit stop vissero un’avventura ben più clamorosa, che avrebbero raccontato ai posteri per generazioni a venire. 

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chiara