Orsetti Gommosi – Dugongo (follower instagram)

Il dugongo si era guadagnato la siesta. Decisamente: un accoppiamento soddisfacente ma biblico l’aveva tenuto impegnato per più di 5 ore – roba che un’umana avrebbe vissuto un distaccamento di coscienza, invece la dugonga ormai fecondata se n’era andata due pinne più in là senza fare una piega, col grosso corpo biancastro che riluceva di riflessi marini e la coda che si agitava in segno di approvazione. Poltrire fluttuando per un tempo imprecisato era l’unico programma del dugongo, che aveva dato più del solito per contribuire a perpetuare la specie: quella dugonga gli piaceva parecchio, tutta bella grassoccia e morbidosa, con i peletti svegli che sussultavano a ogni sfioramento, e dunque si era prodigato come non mai. Era appagato e contento di sé; ora desiderava solo oziare in solitudine (né più né meno di un umano nella stessa condizione). Predispose le pinne e la mente a galleggiare nell’eterna placenta in cui viveva, salì in superficie solo un istante per prendere aria, e poi finalmente…lo vide. Un pesce veramente strano nuotava subito sotto al pelo dell’acqua. Intanto non aveva la forma di un pesce…era minuscolo e rigonfio allo stesso tempo, e sembrava cadere, più che nuotare. Il colore era strano. La direzione che il suo corpo prendeva era strana. Non aveva mai visto un pesce così…inanimato. Che fosse morto? Non resistette alla tentazione: aprì la bocca e lo assaggiò. Buono! E poco più avanti ce n’era un altro…che fece la stessa fine del primo. E poi un altro…e un altro ancora. Il dugongo si stava letteralmente riempendo la pancia di orsetti gommosi Haribo, ma non lo sapeva. Seguiva la scia di quelli che per lui erano strani pesci passati a miglior vita, e non si faceva domande. Finché vide la fonte: un umano. Piccolo. Cicciotto. Con i capelli che ondeggiavano al ritmo della corrente. Le manine inerti, che lasciavano andare le briciole di zucchero gommoso a sua insaputa. Gli occhi chiusi, chissà da quanto. Il dugongo non ebbe esitazioni: appoggiò il buffo muso al culetto rotondo del piccolo umano e spinse in superficie con un poderoso colpo di coda, ingoiando nel frattempo il resto del prezioso carico di orsetti. Dopo qualche istante, sentì l’eco di suoni diversi – alcuni acuti, altri gutturali; non avrebbe saputo definirli, ma noi sì: due genitori sollevati, la tosse di un bambino salvo per miracolo, urla di richiamo. Qualcosa aveva attirato il bambino oltre il bordo dell’imbarcazione, e l’aveva fatto cadere in acqua…ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta.